L' osservazione in ambito educativo: tra soggettività e oggettività

Il lavoro dell’educatore consiste nel progettare interventi educativi, diversificati a seconda dell’utenza con cui si trova ad operare, aventi però in comune il fatto di essere indirizzati verso uno specifico obiettivo.

In ambito educativo gli obiettivi sono centrati sulla persona (il bambino), e fanno riferimento ad aree appartenenti allo sviluppo del bambino, come quella relazionale, comunicativa, della consapevolezza di sé, cognitiva, affettiva, delle autonomie, ecc.; il lavoro educativo consiste nel guidare il bambino affinché essa sia in grado di compiere “passi” in direzione di questi obiettivi, riguardanti la sua crescita, la sua maturazione.

Sviluppare una capacità osservativa è il punto di partenza per questo lavoro: l’educazione non può prescindere dall’osservazione; chi vuole educare non può fare a meno di padroneggiare tecniche osservative, applicandole alle situazioni che si trova ad affrontare e scegliendo di volta in volta gli strumenti più idonei alla circostanza.

È importante che l’educatore dell’asilo nido, nella raccolta di tali dati, sappia padroneggiare le tecniche adatte, esplorando ambiti ritenuti significativi.

A volte le informazioni potranno essere carenti, limitate, poco chiare: è importante in queste occasioni chiedersi se il fatto sia imputabile alla procedura di rilevazione. Se poi, pur avendo svolto correttamente la fase di ricerca preliminare, ci si rende conto che i dati in possesso risultano insufficienti, è doveroso fare tutti i possibili tentativi per cercare di reperirli altrove, eventualmente contattando le agenzie educative che hanno interagito in precedenza con l’utente.

Ecco allora che può aver inizio il lavoro educativo vero e proprio, caratterizzato, nel suo evolversi, da un tipo di osservazione esperienziale. Nella quotidianità, a diretto contatto con l’utenza, l’educatore sviluppa un’analisi approfondita: l’osservazione sarà dinamica, si arricchirà giorno dopo giorno di elementi di novità e di cambiamento (in positivo ma anche in negativo) e a partire da questi cambiamenti l’azione educativa dovrà essere portata avanti, corretta, rettificata. Ogni situazione osservata diverrà un nuovo punto di partenza da cui procedere: è fondamentale che le tappe del percorso evolutivo e di maturazione diventino oggetto quotidiano di osservazione e siano adeguatamente documentate.

L’osservazione educativa ha la caratteristica della continuità nel tempo, e proprio grazie a questo aspetto è possibile evidenziare per l’utente un percorso di crescita e maturazione, che dai dati dell’osservazione stessa trae il proprio fondamento: proprio come Piaget che, avendo chiaro l’obiettivo della propria osservazione, conduceva il colloquio con i figli su “binari” predeterminati, così l’educatore, cosciente della finalità del proprio intervento educativo, intravede un possibile percorso per l’utente, percorso che si ridefinisce giorno dopo giorno a partire dall’esperienza osservativa.

Il fatto di rivolgere l’attenzione anche ai propri vissuti interni, oltre che agli eventi esterni, è una prassi che dovrebbe essere acquisita come utile strumento attraverso cui operare una riflessione su di sé e sul proprio modo di gestire gli aspetti più “emotivi” che caratterizzano qualsiasi relazione, quindi anche la relazione educativa.

Il problema dell’oggettività-soggettività delle osservazioni non può essere trascurato o ignorato nel settore educativo, ambito nel quale l’utilizzo di un’osservazione prevalentemente esperienziale, supportata da tecniche di rilevazione per la maggior parte manuale, mette in luce il rischio di un’eccessiva personalizzazione ed individualizzazione della modalità osservativa.

Ma che cos’è in realtà l’oggettività? È possibile osservare una situazione, un evento, e darne una descrizione perfettamente oggettiva?

Il semplice fatto che tra la realtà osservata e la sua descrizione ci sia la mediazione di una persona porta inevitabilmente elementi di soggettività, che sarebbe impensabile eliminare del tutto. Fino a che punto però possiamo considerare attendibili i dati ottenuti attraverso una realtà “filtrata”?

Pensando all’osservazione in ambito educativo, entrambi gli estremi appaiono poco credibili e soprattutto poco funzionali.

Pensare di svolgere un’osservazione perfettamente oggettiva significa correre il rischio di banalizzare la persona o l’evento osservato; significa ridimensionare tutti gli aspetti legati all’originalità e all’unicità della persona, riconducendo il tutto ad una serie di dati da catalogarsi in categorie abbastanza scontate e prevedibili.

Ciascuno di noi, inevitabilmente, osserva la realtà da un personale e soggettivo punto di vista e questo stesso punto di vista rappresenta il proprio sistema di aspettative, di valori, riflette l’ottica del proprio modo di guardare alla realtà: sarebbe assurdo pensare di eliminare totalmente questo aspetto in quanto esso «costituisce il senso che una persona ricava da un evento, la sua particolare ricostruzione dei fatti, ciò che gli è apparso dalla sua visuale, comprese le sue emozioni, e i significati che al fatto attribuisce».

Spesso la validità di un’osservazione è resa meno attendibile da problemi legati a condizioni psicofisiche dell’osservatore: il processo osservativo coinvolge l’attenzione, la memoria, la percezione e particolari condizioni di stanchezza, ansia, fluttuazioni dell’attenzione possono determinare una parziale o errata rilevazione dei dati. In ambito educativo, dove generalmente non viene predisposto un “setting” osservativo a priori e dove l’osservazione si configura come modo di porsi quotidiano di fronte alla realtà, questo rischio è sempre “dietro l’angolo”.

Qualora il linguaggio usato per redigere un’osservazione descrittiva assuma una connotazione valutativa anziché descrittiva è possibile che si verifichino divergenze di “lettura” da parte di chi accede al protocollo osservativo. Nelle «osservazioni di tipo narrativo, redatte con una tecnica manuale, […] la scelta delle parole, gli aggettivi utilizzati per descrivere un determinato evento influenza il messaggio, il contenuto che vogliamo trasmettere, anzi lo costruisce»7. La capacità di restituire una “fotografia” rispettosa della realtà nonché l’abilità nel mettere per iscritto un avvenimento osservato, rilevando la consequenzialità degli eventi e restituendola al lettore, non è cosa scontata: non è sufficiente documentare un fatto ma ci si deve sforzare di renderlo comprensibile ad altri.

Le personali aspettative dell’educatore nei confronti dell’utente possono dare origine ad un’ulteriore distorsione dei dati osservativi. Spesso si rischia di osservare proprio ciò che ci si aspetta di vedere, non per una cattiva intenzionalità, ma per un’operazione di selezione delle informazioni di cui spesso non si ha consapevolezza. A tale rischio è sottoposto in particolar modo l’educatore il quale, inevitabilmente, si trova ad essere coinvolto emotivamente nelle situazioni che sono oggetto di osservazione.

Restituire un valore oggettivo ad un’osservazione soggettiva significa essere in grado di mostrare il nostro modo di guardare la realtà, fornendo un’adeguata chiave di lettura: metaforicamente parlando significa prestare ad altri gli occhiali con i quali siamo soliti “leggere” ciò che ci circonda.

INTEROSSERVAZIONE

Un utile sistema per ovviare in parte al rischio di un’eccessiva individualizzazione e personalizzazione delle osservazioni in ambito educativo è quello di adottare la pratica dell’ interosservazione. Essa consiste in una discussione ed un confronto tra più osservatori circa quanto rilevato da ciascuno, dando ad ognuno la possibilità di valutare e considerare punti di vista differenti dai propri, allargando così il proprio orizzonte di vedute. Susanna Mantovani afferma che «passare dalla soggettività all’ intersoggettività significa mettere insieme i diversi punti di vista soggettivi, creare le condizioni affinché possano comunicare. […] Tutti abbiamo qualcosa da apprendere dal modo di fare osservazione degli altri e «la soggettività, se cosciente e dichiarata, può essere un arricchimento, una risorsa, un contributo conoscitivo».

È necessaria quindi una certa flessibilità nel considerare ed accettare anche ipotesi diverse dalle proprie, poiché sono proprio i comportamenti che suscitano impressioni, valutazioni, interpretazioni divergenti dalle proprie a configurarsi come quello più interessanti da discutere, più informativi.

Se importante è porsi con larghezza di vedute rispetto alle divergenti considerazioni di una collega, fondamentale è saper cogliere i segnali diversificati che quotidianamente i nostri utenti ci mandano, cercando di rileggerli criticamente, dandone una “lettura”. Osservare non significa solo registrare comportamenti ma implica un’attenzione globale alla persona, nella consapevolezza che la comunicazione viene messa in atto attraverso canali differenziati, non soltanto di tipo “verbale”.

«Comprendere il valore dell’osservazione significa comprendere l’importanza dell’adottare un atteggiamento ricettivo, del saper imparare dall’alter e non centrare il proprio intervento solo sull’ego. In altre parole imparare ad osservare significa imparare anche a ristrutturare il proprio sistema di credenze e conoscenze scientifiche sulla base di quanto esperito sul campo. In mancanza di questa ricettività un educatore non può che essere un mero applicatore di “ricette di cucina” che, per quanto fondate siano, lasciano il tempo che trovano, proprio perché, pur nell’invarianza di alcuni principi di base e leggi generali, ogni caso fa storia a sé, rappresenta l’espressione di un modo di essere e di una complessità sua propria. Senza questa “disponibilità e ricettività osservativa” si rischia di classificare il caso in una categoria, “bollarlo” […]» perdendo ogni speranza di comprendere la sua originale individualità.

 
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